Caglio, dicembre 2019
COME ERAVAMO:
IL NATALE IN UNA FAMIGLIA CAGLIESE
Le testimonianze di Piera, Paolo, Fiorenzo e Maria,
che ricordano il Natale come si celebrava a Caglio fino agli anni ‘50
Povero: questo è l’aggettivo più adatto a descrivere il Santo Natale com’era per la maggior parte dei cagliesi, almeno fino al secondo dopoguerra. Quasi tutti erano contadini, e l’agricoltura in montagna dava un reddito di sussistenza, ricavato dalla vendita del latte alla latteria locale. Povertà, ma non fame, questo no: un pezzettino di terra e qualche animale ce l’avevano tutti. Il 25 dicembre dunque si faceva festa con quello che si aveva, tenuto da parte per le occasioni speciali. I regali si facevano solo ai bambini: frutta, caramelle, talvolta le calze di lana, o un golfino; i giocattoli erano una rarità. Gli eventi erano la Messa di mezzanotte e, nel pomeriggio dopo il pranzo festivo, ritrovarsi in stalla, o davanti al camino, a cantare, giocare a carte o semplicemente chiacchierare
La tavola natalizia: protagonisti polli e galline
Una vecchia canzone locale racconta la disperazione dei polli:
Anca nuun pover pulaster
Sem in mez a tut i disaster,
Quand che nas el vost redentur
Me mazen nun per star ben lur.
“Poveri noi pollastri, siamo in mezzo a tutti i disastri, quando arriva il Redentore ci ammazzano a noi per star bene loro”. Infatti a Natale si mettevano in tavola le risorse che la famiglia stessa produceva: gli animali allevati in cascina, verdure, frutta fresca e secca. Fiorenzo racconta la dura vita del cappone, (pollo castrato, per rendere la carne più morbida) che un mesetto prima delle feste veniva chiuso nella “capponera”, una gabbia di legno dove, non potendosi muovere, ingrassava ben bene.
I più poveri non potevano permettersi il cappone e si arrangiavano con una gallina in brodo e i tagliolini. Piera ricorda la gallina ripiena in brodo, ma anche il baccalà in umido, e come dessert il croccante di noci e nocciole tritate, mescolate allo zucchero fatto sciogliere nel pentolino. Uova, burro, uvetta si usavano per trasformare il pane in un dolce. Castagne arrosto e vin brulé accompagnavano il pomeriggio trascorso in stalla con parenti e amici, giocando a carte, chiacchierando o suonando qualche strumento musicale.
Maria ha trascorso l’infanzia a casa della nonna, perché la mamma lavorava, e ricorda che il 25 era l’unico giorno nel quale la nonna permetteva ai bambini di mangiare i cibi senza pane.
Solo il 25 si consumava un pranzo relativamente sostanzioso; la sera del 24, tutti osservavano scrupolosamente il menù di magro prescritto dalle religione cattolica per la vigilia. La Santa Messa di mezzanotte era il simbolo più importante del Natale: ci andavano proprio tutti, anche i meno religiosi, per tradizione, forse anche per ritrovarsi insieme. Racconta Maria che i bambini come lei non andavano alla celebrazione di mezzanotte in Parrocchiale, ma alle nove, al santuario di Campoé, naturalmente a piedi, quasi sempre con la neve alta.
I bambini, allora come oggi, aspettavano con trepidazione i regali, ben diversi da oggi però: mandarini, caramelle colorate, talvolta una bambolina di pasta lievitata. I mandarini era contati e dovevano durare fino alla Befana. Maria amò molto la sua prima bambola, che aveva fabbricato il nonno falegname con la testa scolpita in legno. La nonna aveva realizzato il corpo imbottito di stracci, con un bel vestitino cucito da lei stessa e i capelli fatti di stoppia del granturco. I regali, racconta, arrivavano dentro una scatola di cartone, sul davanzale della finestra o sul balcone, perché li portava Gesù Bambino (non Babbo Natale, che da noi è arrivato dopo) scendendo dal cielo.
Infine, l’ albero e il presepe. Paolo ci rivela che l’albero di Natale si faceva con il ginepro, che si andava a prendere nel bosco intorno al paese. Più diffuso dell’abete, con le sue bacche viola, era perfetto da decorare, con mandarini, noci e caramelle, quando ancora non si usavano palline e ghirlande scintillanti. Il ginepro oggi è completamente sparito dai nostri boschi. Il presepe di Piera si faceva nel camino, accendendo in quel periodo la stufa a legna. Certi camini erano così grandi che all’interno ci stava una panchetta dove scaldarsi e guardare da vicino il fuoco!
Infine, come ci si agghindava per la festa? Dato che non si faceva certo la doccia tutti i giorni… il Natale era anche l’occasione per una ripulita di tutta la famiglia: si metteva il mastello del bucato nella stalla perché era il posto più caldo della casa, e lì si faceva il bagno con l’acqua presa alla fontana con i secchi, scaldata sulla stufa o sul camino, e si tagliavano i capelli. I bambini più fortunati avrebbero forse trovato un vestito nuovo, o un paio di scarpe, portato da Gesù Bambino.