Caglio, settembre 2019
CASTAGNE E CASTAGNETI: LA “SELVA” DI CAGLIO
Una coltura millenaria ha dato nutrimento agli abitanti delle nostre montagne fino a pochi decenni fa.
Oggi i boschi di castagni sono una risorsa ambientale preziosa e fragile, da tutelare.
Una fan della nostra pagina Facebook ci ha raccontato di quando si trovava vicino Roma e ha cominciato a raccogliere delle castagne enormi in un terreno apparentemente libero, senza recinzioni né divieti. Improvvisamente sono comparsi due uomini con il fucile in mano, minacciandola di sparare e pestando rabbiosamente sotto i piedi i frutti che per lo spavento le erano caduti di mano. La nostra malcapitata amica non riusciva a credere che qualcuno potesse tenere così tanto alle sue castagne!
Invece fino a pochi decenni fa questo delizioso frutto era fondamentale per la sopravvivenza di tanta gente, soprattutto in montagna. Le zone del Lario, poi, sono particolarmente vocate alla coltura del castagno. Addirittura gli antichi Romani piantarono tantissimi alberi nella zona di Como, non per mangiare i frutti, ma…per fare la guerra! Il legno di castagno infatti viene pronto molto in fretta e i Romani ci costruivano fortificazioni, catapulte e altre armi di legno.
I mille usi del castagno: si chiamava “l’albero del pane”
A cominciare dal Medioevo la castagna divenne prevalentemente una fonte di nutrimento, tanto che la gente lo chiamava “l'albero del pane”. Oggi le caldarroste sono una sfiziosa merenda invernale; una volta si usavano un po’ per tutto. Essiccate, si consumavano per colazione nel latte. Macinate, diventavano un’ottima farina per fare pane e dolci, minestre, marmellate e creme, risolvendo il problema dei pasti giornalieri nei momenti difficili. Dell’albero, poi, non si sprecava proprio nulla: il legno ad esempio serviva per costruire pali da vigneto, e persino le foglie diventavano mangime per gli animali domestici. Nei castagneti intorno a Caglio si notano ancora oggi alberi contrassegnati da un numero, che indicava la famiglia alla quale era stato dato in uso gratuito dal Comune. Gli affidatari si prendevano cura della pianta in cambio dell’esclusiva sul raccolto.
I castagneti da frutto si chiamano “selve”, un nome affascinante e un po’ misterioso: in realtà parliamo di veri e propri frutteti giganti, curati e mantenuti dall’uomo, dunque niente affatto selvaggi. Oggi che le coltivazioni sono state in buona parte abbandonate, questi frutteti sono diventati boschi bellissimi da percorrere in autunno, ammirando i colori accesi delle foglie in contrasto con i cieli limpidissimi tipici di questa stagione.
La selva di Caglio, una delle più belle del Lario
Il territorio di Caglio ospita due delle più belle selve del Triangolo lariano, entrambe di proprietà comunale. “Le selve di Caglio hanno una particolarità: sono costituite per la maggior parte da alberi selvatici, non addomesticati mediante l’innesto” spiegano le Guardie ecologiche della Comunità montana. “I frutti tuttavia maturano in abbondanza”. Il bosco, appena fuori dal paese, è percorso da una bella strada agrosilvopastorale: per i turisti, un comodo sentiero che conduce, in un’ora circa, alla Colma di Caglio e poco dopo alla Colma di Sormano, punto di partenza di numerosi sentieri e tappa del trekking sulla Dorsale del Triangolo Lariano.
Dunque, la raccolta delle castagne si può combinare con una piacevole passeggiata di montagna.
Proteggiamo i nostri castagneti: sono a rischio abbandono e degrado
Questi “frutteti giganti” che hanno sfamato per secoli le popolazioni della montagna, sono diventati fragili e rischiano il degrado, spiegano ancora le Guardie ecologiche. “La condizione essenziale perché la selva dia frutti è che sia sempre curata, proprio come un frutteto. L’erba dev’essere falciata o pascolata, i ricci e le foglie vanno raccolti, si devono potare gli alberi e si deve impedire la crescita di specie arboree invasive”. Con l’abbandono dell’agricoltura di montagna, tutte queste pratiche si sono perdute, esponendo gli alberi al degrado e agli attacchi di parassiti molto pericolosi. L’ultimo è stato il Cinipide, un insetto di origine cinese che dagli anni 2000 ha cominciato a infestare i castagneti, non solo in Lombardia, provocando gravi perdite di frutti. Il cinipide è stato combattuto con successo grazie a un insetto antagonista, il Torymus.
Oggi che la selva non è più una fonte di sostentamento, dev’essere curata e protetta per il suo alto valore paesaggistico e ambientale, capace di valorizzare i territori montani attraverso lo sviluppo di un turismo sostenibile e rispettoso della natura.